Medioevo – ricerce e articoli

29/06/2010

La Chiesa Templare di San Bevignate


di Renzo Pardi

La Chiesa Templare di San Bevignate

San Bevignate ospita affreschi di eccezionale interesse internazionale, rappresentando una documentazione unica in tutta l’Europa e Medio Oriente sull’Ordine del Tempio

Il documento è tratto da: Rivista “L’Ingegnere Umbro” n. 9, Sett. 2002

La Chiesa Templare di San Bevignate

La facciata di San Bevignate (Foto di Maurizio Marchesi e Paolo Raspa, © 2002)

Il più importante monumento edificato a Prugia dai Cavalieri con la spada e la croce sarà finalmente reastaurato. E’ giunta in questi mesi la notizia dell’avvenuto accreditamento di una ingente somma da parte dello Stato per il restauro dell’insigne chiesa templare di San Bevignate in Perugia.

La notizia stessa non può che rallegrarci perché attraverso tale finanziamento sarà possibile giungere ad un ripristino completo delle vetuste strutture e presentare all’interesse del pubblico italiano ed internazionale gli eccezionali affreschi figuranti all’interno del tempio.

Affreschi eccezionali perché essi, se da un lato, o meglio, da un punto di vista artistico, offrono tutto sommato una calibratura piuttosto modesta, al contrario, dal punto di vista storico, rappresentano una documentazione unica in tutta l’Europa (e Medio Oriente) riguardante la vita di quella sfortunata milizia. Tra l’altro, è stato possibile risolvere alcuni annosi problemi, quali ad esempio l’aspetto esteriore del cavaliere templare (al quale la Regola prescriveva la rasatura dei capelli e la crescita della barba, sia in convento che nel combattimento); la forma della bandiera dell’Ordine, il famoso baussant, un drappo a due partite, bianca e nera, con la croce rossa nel campo bianco (e implicitamente anche la forma di questa croce, che ancor oggi viene erroneamente disegnata a braccia bifide come quella dell’Ordine di Malta): sembrano aspetti secondari, eppure su di essi si sono accapigliati diversi studiosi della materia di cui trattasi, anche di fama mondiale.

Abside, San Bevignate (Foto di Maurizio Marchesi e Paolo Raspa, © 2002)

L’interesse di questi dipinti si è acceso circa una trentina di anni fa; precedentemente, anche se non erano sconosciuti, nessuno aveva valutato la loro grande importanza.

La scoperta si è verificata in un momento contestuale al sorgere della curiosità del grande pubblico, avido di conoscere “vita e morte dell’Ordine dei Templari” (come si intitola qualche libro su questo tema).

Controfacciata, San Bevignate (Foto di Maurizio Marchesi e Paolo Raspa, © 2002)

Ma è ora di affrontare seppur sommariamente l’argomento storico-artistico della chiesa di cui trattasi. Come architettura l’edificio è abbastanza facilmente classificabile: esso appartiene al gruppo di chiese derivate dal modello di San Francesco d’Assisi. L’imponente fabbrica conventuale possiede alcune caratteristiche, parte italiane e parte francesi, che ne rendono tipica l’espressione architettonica: anzitutto il ripudio della copertura delle navate con tetto a capanna, che viene sostituito da volte a crociera con costoloni; poi la corsia sotto la quale si distendono gli affreschi grotteschi, elemento proveniente da edifici religiosi angioino-poitevini (Saint Pierre di Poitiers e Saint Maurice D’Angers); i pilastri di parete simili a quelli del suddetto Saint Maurice (anche se semplificati); elementi a sé stanti sono invece i grandi contrafforti semicircolari esterni, di cui non si conoscono precedenti, poiché sembra alquanto debole un loro eventuale legame con quelli del convento costantinopolitano del Myrelaion risalente al secolo X (San Francesco è stato innalzato tra il 1228 e il 1239). La fabbrica assisiate venne copiata – in tutto o in parte – in altre chiese, un po’ qua un po’ la per l’Umbria: caratteristici e ripetitivi i massicci contrafforti esterni, quasi invariabilmente presentanti forma non semicircolare, bensì quadrata, come ad esempio a San Francesco al Prato ed a San Domenico di Perugina; contemporaneamente si diffonde l’uso della volta a crociera con costoloni: San Francesco di Gualdo Tadino, Santa Chiara ad Assisi, San Francesco di Corciano e, appunto, San Bevignate di Perugia.

Quest’ultima è stata replicatamene studiata; il lavoro più recente risulta essere quello degli architetti Paolo Raspa e Maurizio Marchesi, contenuto nel volume “Templari ed Ospitalieri in Italia” (Milano, 1987). Essi eseguirono un accurato rilievo del monumento ed avanzarono una serie di acute osservazioni sulle sue caratteristiche architettoniche; degli affreschi, invece, si interessò il prof. Pietro Scalpellini, che ravvisò in essi consistenti legami con raffigurazioni pittoriche della Terra Santa, durante l’epoca delle Crociate.

L’architettura templare in Italia si riduce a poca cosa perché, dopo i famosi processi seguiti talvolta da condanne al rogo per Eresia, quei beni furono in parte saccheggiati da provati, in parte furono condegnati all’Ordine Giovannita però dopo lunghe discussioni e contese, di modo che anche Ordine raccolse quel che era rimasto da una sistematica spoliazione. Tra le chiese templari italiane tuttora sussistenti (che si contano sulle dita delle mani) si possono menzionare quella di Siena (San Pietro a Porta Camollia) e di San Gimignano (San Jacopo), le quali unitamente all’edificio perugino presentano tutte la pianta rettangolare.

Rilievo del prospetto Ovest, San Bevignate (Disegni di Maurizio Marchesi e Paolo Raspa, © 2002)

Esse così smentiscono l’affermazione di Joshua Prawer (“Colonialismo medievale” – Roma, 1982) che “la chiesa poligonale (è) una pianta caratteristicamente templare, dal momento che le chiese dell’Ordine in Terra Santa e fuori imitavano il loro santuario primogenito, la moschea di Omar di Gerusalemme”. Per quel che mi risulta le loro chiese – qualora costituite a pianta centrale – preferenzialmente circolari e sembra che il loro modello fosse piuttosto il San Sepolcro (in greco Anastasis, cioè chiesa della resurrezione). Di frequente all’interno ospitavano un giro di sei colonne che recava una copertura lignea oppure in muratura. Questo tipo di edificio venne quasi invariabilmente e soltanto realizzato in corrispondenza delle sedi principali dell’Ordine, come Parigi, Londra, Tomar in Portogallo, Atlit e Safed in Palestina; altri monumenti del genere si conoscevano attraverso scavi. Di fronte ad essi sussiste una miriade di edifici religiosi a pianta rettangolare, come appunto le poche chiese templari italiane ancora in piedi.

Sezione della cella absidale, San Bevignate (Disegni di Maurizio Marchesi e Paolo Raspa, © 2002)

Guardando fuori d’Italia vediamo che quasi tutti gli edifici religiosi degli Ordini cavallereschi non possedettero mi una loro specificità, che li contraddistinguesse rispetto ad analoghe costruzioni. Di consueto essi si affidarono a maestranze locali; in Spagna diverse chiese recano evidentissima la struttura siriano-giordana ad archi trasversali rispetto all’asse longitudinale dell’ambiente, recanti una copertura a lastroni di pietra appoggiati superiormente, da arco ad arco. In un certo modo, tale struttura somiglia a quella di molte chiese umbre, ad esempio il duomo di Gubbio, dove gli arconi trasversali reggono gli arcarecci del tetto, anziché lastroni di pietra. E poiché il sistema è fatto risalire ai frati cistercensi, è più che possibile che questi religiosi abbiano riproposto in Francia, e poi altrove, le strutture che avevano visto nel Medio Oriente arabo, compreso l’arco acuto (gotico), già usato negli edifici islamici fin dall’VIII secolo d.C. In Francia gli edifici religiosi sono spesso coperti con volta a schiena d’asino – anche essa di provenienza orientale – come in Italia lungo la dorsale appenninica, ad esempio ad Assisi a San Damiano, a Fabriano nel San Cassiano, in Ciociaria nella Certosa di Trisulti, a Spoleto nelle chiese del territorio pertinente alla città. Qui però l’influenza del San Francesco d’Assisi condusse presto alla’adozione pressoché generalizzata della volta a crociera con costoloni, come a San Bevignate, ed al conseguente abbandono della volta a schiena d’asino.

Ricostruzione grafica del complesso di San Bevignate visto dalla parte absidale, raffigurato in due differenti epoche (Disegni di Maurizio Marchesi e Paolo Raspa, © 2002)

Le fondazioni dell’Ordine Templare in Italia (si può dire tutte) assolvevano una funzione logistico-agricola. I numerosi eserciti crociati che sbarcavano in Medio Oriente di solito tornavano in patria decimati a causa della superiore tattica di battaglia dei Turcho-arabi. L’ultima Crociata, poi, quella di San Luigi IX re di Francia, senza bisogno di tanti combattimenti si liquefece in un autentico disastro a causa di una imprecisata epidemia di dissenteria (colera? Peset?) che all’atto pratico annientò l’esercito francese; i pochi superstiti furono salvati dalla flotta siciliana di Carlo I d’Angiò, corso da Napoli a soccorrere il proprio regale fratello. I pellegrini, una volta assolto il voto nella chiesa del San Sepolcro, tornavano alle loro case in Europa, perciò era difficile, se non impossibile, mettere in piedi in esercito di cittadini residenti in quei luoghi, anche perché i mezzi di sussistenza erano severamente limitati. Le uniche truppe a restare colà erano gli Ordini religioso-cavallereschi, rinserrati nei loro poderosi castelli; la terra veniva coltivata dalla sparuta popolazione araba e perciò il vettovagliamento doveva essere quasi tutto importato dall’Europa. Per buona fortuna degli statarelli cristiani laggiù, le flotte di guerra di Genova, Venezia e Pisa tenevano sgombera la strada verso il Medio Oriente, ed i rifornimenti potevano arrivare con una accettabile continuità; questi rifornimenti provenivano pressoché invariabilmente dall’Italia. Marie Luise Bulst-Thiele, l’autorevole autrice del volume (il cui unico torto è quello di recare un chilometrico titolo) “Sacrae domus militiate templi hierosolymitani magisteri” (Gottingen, 1974) riferisce che – traduco dal tedesco – “secondo la lettera del Gran Maestro giovannita (cioè del futuro Ordine di Malta) Gaufridus de Donjon al Gran priore inglese dell’Ordine, anno 1201 … che deplora i ritardi delle spedizioni di grano, vino, orzo, carne e cacio dalla Sicilia e bassa Italia (Unteritalien) …” ritardi da imputarsi ai disordini avvenuti dopo la morte dell’Imperatore di Germania Enrico VI; e più appresso: “Pisa, Genova e Venezia avevano una importante parte presso le città costiere di Palestina. Dalle loro navi dipendeva largamente il vettovagliamento del paese”. Domando: quale sarebbe stata la sorte degli eserciti crociati, specie francesi, se fosse venuto meno tale indispensabile soccorso da parte delle Repubbliche marinare italiane, che spazzavano i mari dalla temibile flotta egiziana? Questo, a mio parere, è il motivo per il quale nel nostro paese mancano le fortezze ed i castelli, tanto templari che degli altri Ordini militari: perché fortezze e castelli erano in realtà le navi da guerra delle suddette repubbliche.

Prospetto Nord e sezione longitudinale, San Bevignate (Disegni di Maurizio Marchesi e Paolo Raspa, © 2002)

Qui voglio fare una seconda riflessione: sono d’accordo con quello che ha scritto Raul Manselli agli inizi del suo volume “Italia ed italiani alla Prima Crociata” (Roma, 1983), che la presenza italiana alle Crociate è stata largamente sottovalutata nella letteratura storica. Al riguardo basti sapere che un volume di un certo concernente tale presenza è dovuto alla tedesca Marie Luise Favreau Lilie (“Die Italiener in Heiligen Land …” – Amsterdam, 1989) la quale ha preso in esame il primo periodo dell’occupazione europea della fascia costiera siro-Iibano-palestinese (1098 – 1197). Il resto, cioè il periodo 1197 – 1291, attende ancora di essere trattato. Qua e là spuntano episodi denuncianti la partecipazione degli Italiani alle vicende di Terra Santa: papa Innocenzo IV predicò la Crociata a Spoleto, Assisi ecc.; un umile fante di Spoleto a fianco del Gran Maestro templare Guglielmo di Beaujeu, nell’ultima disperata difesa di Acri, pregò il Gran Maestro stesso di non abbandonare i suoi fedeli combattenti; proprio in quel momento Guglielmo fu trafitto da una lancia turca e mori due giorni dopo. Naturalmente del povero spoletano non si sa più nulla. La sua sorte deve essere stata quella di tanti nostri connazionali, del tutto ignoti, che spesero la loro vita per la fede cristiana e per la salvaguardia dei Luoghi Santi.

Non resta che rivolgere a noi stessi un’ultima domanda: quale destinazione dovrà essere data all’insigne chiesa perugina? Io credo che la sua naturale utilizzazione debba essere quella di ospitare un centro di studi sugli Ordini religiosi cavallereschi, sulle Crociate, e sulla partecipazione degli Italiani alla Crociate stesse. Inoltre potrebbe essere costituito nello stesso edificio un piccolo museo dove concentrare il materiale ancora reperibile in Umbria concernente i suddetti Ordini ed eventi storici, illustrando simile esposizione con grafici, disegni, fotografie; nel contempo non sarebbe errato impiantare una piccola biblioteca relativa a tale momento storico, con eventuali fotocopie dei migliori testi (poiché molti volumi ormai non sono più in circolazione; altri, in lingue straniere, sono posseduti da poche persone specializzate della materia di cui trattasi).

Approfitto dell’occasione offertami da questa brillante rivista per rivolgere un appello ad Ingegneri, Architetti, Professionisti umbri operanti nel campo edilizio, affinché prestino attenzione alle future sorti dell’insigne Tempio che rappresenta un gioiello in più alla già cospicua corona del patrimonio storico-artistico regionale, facendo voti che riceva una sistemazione ed un uso adeguato al decoro preteso da un così importante edificio.

Secondo maestro di San Bevignate, Battaglia tra Musulmani e Templari, particolare degli affreschi della controfacciata, San Bevignate (Foto di Maurizio Marchesi e Paolo Raspa, © 2002)

Terzo maestro di San Bevignate, frammento di affresco sulla parte destra della controfacciata, San Bevignate (Foto di Maurizio Marchesi e Paolo Raspa, © 2002)
Approfitto dell’occasione offertami da questa brillante rivista per rivolgere un appello ad Ingegneri, Architetti, Professionisti umbri operanti nel campo edilizio, affinché prestino attenzione alle future sorti dell’insigne Tempio che rappresenta un gioiello in più alla già cospicua corona del patrimonio storico-artistico regionale, facendo voti che riceva una sistemazione ed un uso adeguato al decoro preteso da un così importante edificio.

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