Medioevo – ricerce e articoli

17/06/2010

LA BATTAGLIA DI HATTIN (4 LUGLIO 1187) di Lucius Occhiolini


LA BATTAGLIA DI HATTIN (4 LUGLIO 1187)
di Lucius Occhiolini

“Taci non li avremo vinti finché non cadrà quella tenda!”

Nel 1185 moriva Baldovino IV, il valente giovane re lebbroso, che a discapito della sua malattia aveva saldamente tenuto il regno di Gerusalemme proprio nel momento in cui Saladino si preparava a portare il colpo finale all’agonizzante stato franco . La sua morte lasciava le sorti del regno in mano al nipote Baldovino V, di appena sette anni, figlio di Sibilla, sorella di Baldovino IV e del defunto primo marito di lei Guglielmo Lungaspada del Monferrato. Il piccolo re, già affiancato dallo zio come co-reggente, fin dal 1183, era ,però, di salute cagionevole e moriva l’anno successivo. Guy di Lusingano, rampollo di una nobile famiglia del Poitou, già vassalla del ducato d’Aquitania e quindi del re d’Inghilterra in quanto consorte di Sibilla, poteva essere incoronato re di Gerusalemme. In realtà il problema della successione dinastica legittima di Guy era molto complesso. Guy e Sibilla, la sorella del re defunto, di fatto la vera erede di Baldovino, erano stati frettolosamente uniti in matrimonio nel 1180, a quanto pare per prevenire un colpo di mano della fazione di Raimondo di Tripoli, disposta ad una politica di compromesso con il Saladino.

Dall’unione con la sorella del re, Guy aveva ottenuto il titolo di conte di Giaffa e Ascalona e quello di bailli di Gerusalemme. Invero, Guy aveva già ricevuto dal re Baldovino IV la nomina a reggente all’inizio del 1182. Ma il rapporto di fiducia fra lui e il sovrano era naufragato. Guy, infatti, alleato in precedenza con Reginaldo di Chatillon, validissimo grande feudatario che possedeva le fortezze di Kerak e Montreal, si era dedicato al lucroso taglieggiamento delle carovane che percorrevano la strada fra Egitto e Siria, approfittando della sua posizione a Kerak. Dopo che Saladino aveva per ritorsione contrattaccato e messo a ferro e fuoco il regno, già l’anno successivo, Baldovino, ormai cieco e incapace di camminare, ne aveva avuto abbastanza dell’intemperante cognato. Durante i festeggiamenti per il matrimonio di Isabella (la sorellastra undicenne del re), a Kerak, Saladino attacco il castello e lo mise sotto assedio, con tutti gli ospiti (fra cui Guido) al suo interno. Baldovino, nonostante la sua condizione, riuscì a raccogliere una forza militare sufficiente a spezzare l’assedio, ma Guy si rifiutò di attaccare Saladino, e le truppe di quest’ultimo poterono ritirarsi indisturbate. Baldovino non poteva tollerare questo atteggiamento, e depose Guy dalla reggenza. In disgrazia, egli si ritirò con sua moglie Sibilla ad Ascalona. Si arrivò quindi al punto che tra la fine del 1183 e il 1184 Baldovino IV cercò ostinatamente di ottenere l’annullamento del matrimonio fra Guy e la sorella. Fallito il tentativo di forzare la sorella ed erede al proprio volere e di allontanarla da Guy, il re e l’Alta Corte si risolsero a modificare la linea di successione, ponendo il piccolo Baldovino in precedenza rispetto alla madre Sibilla. Inoltre, istituirono un processo col compito di individuare la legittima erede fra Sibilla e l’altra sorella Isabella, alla quale Baldovino e l’Alta Corte riconobbero pari diritti di successione. Sebbene Sibilla fosse incoronata regina di Gerusalemme dal Patriarca Eraclio permanevano dubbi di legittimità della sua nomina. Reginaldo di Chatillon guadagnò alla nuova sovrana un vasto consenso popolare affermando che ella era «li plus apareissanz et plus dreis heis dou rouame» («la più evidente e legittima erede del regno». Restava però da chiarire la posizione di Guy: prima della sua incoronazione, infatti, Sibilla aveva concordato con gli oppositori interni alla corte che avrebbe annullato il proprio matrimonio con questi per venire incontro alle loro richieste, purché avesse avuto piena libertà nello scegliere il successivo consorte. Ma proprio in forza del suo diritto a scegliere un nuovo marito, con grande stupore della fazione rivale, Sibilla sposò di nuovo Guy. Con un gesto dal grande significato simbolico, la regina rimosse la corona dal proprio capo e la pose nelle mani del marito, permettendogli di incoronarsi da solo.Isabella, sorellastra di Sibilla, e suo marito Unfredo IV di Toron erano invece i candidati al trono sostenuti da Maria Comnena, Raimondo III e la famiglia Ibelin. L’ascesa di Sibilla non spense le loro rivendicazioni, poiché essi potevano contare su un importante argomentazione: il matrimonio di Amalrico I ed Agnese di Courtenay, genitori di Sibilla e Baldovino, era stato annullato e i due figli erano stati legittimati solo grazie all’intervento della Chiesa. Isabella, invece, figlia legittima di Amalrico e Maria Comnena, era investita di pieni diritti e pertanto vista da molti come l’erede legittima. Tuttavia, Unfredo non volle appoggiare le pretese della moglie e si dissociò dalle rivendicazioni della fazione a lei favorevole, giurando fedeltà alla regina Sibilla. Proprio Unfredo sarebbe diventato uno dei più stretti alleati di Guido nel regno. Libero di assecondare le mire aggressive di Rinaldo di Chatillon e dei Templari che già durante l’anno precedente avevano ricominciato la loro azione di provocazione verso il nemico (1), Guido emanò “l’arriere ban” per reclutare truppe onde contrastare Saladino. Il bando di reclutamento era una misura critica che costringeva le città e i villaggi a fornire uomini per la campagna militare imminente. Il 13 marzo 1187 Saladino lasciò Damasco e si accampò a Ra’s al-Ma’, centro di raccolta del suo esercito. La zona era ricca d’acqua e si prestava ad ospitare un gran numero di combattenti. Saladino attese con pazienza l’arrivo del fratello Al Adil. Il 20 Aprile Taqui al Din assediò la fortezza di Harenc e il 26 Aprile Saladino attaccò il Krak bloccandone all’interno la guarnigione. Ciò permise alle truppe musulmane di razziare il territorio latino circostante procurandosi le risorse alimentari cui abbisognavano. I Templari e gli Ospitalieri guidati dai loro gran maestri decisero di spezzare questo controllo capillare del territorio e il 1 Maggio si scontrarono presso le sorgenti del Cresson (Ayn Juzah) contro una nutrita truppa musulmana guidata da Muzzafar al DIn Gokbori e Dildirim al Yaruqi che aveva avuto un lasciapassare da Raimondo di Tripoli su esplicita richiesta dell’”amico” Saladino. I musulmani nonostante fossero colti alla sprovvista riuscirono a riorganizzarsi e a contrattaccare riducendo in breve a malpartito i temerari cavalieri crociati. Solo Gerardo di Ridefort con un pugno di Templari riuscì a sfuggire al massacro. Nello scontro era stato ucciso il Gran Maestro degli Ospitalieri. La battaglia delle sorgenti ebbe un impatto fondamentale nell’evolversi degli accadimenti. Gli ordini monastico cavallereschi avevano infatti subito inutilmente ingenti perdite fra le quali il gran maestro degli ospitalieri. Alla fine di maggio Saladino trasferì l’esercito a Tal’Ashtarah ricongiungendosi con Nur al Din e Al Afdal. Il 24 Giungo l’adunata islamica avvenne a Tasil dove l’esercito sfilò forte di 12.000 cavalieri e almeno 30.000 fanti. Anche l’esercito cristiano, di nuovo coeso dopo la disfatta di Cresson e dopo che Raimondo aveva di nuovo giurando la fedeltà a Guy, si andava organizzando, soprattutto grazie all’afflusso di denaro che i Templari avevano reso disponibile (2) a sud del castello di Sephoria (Saffuriya). Il luogo era molto ben protetto ed era stato già utilizzato in passato per fronteggiare gli attacchi provenienti dalla Siria. Per la fine di giugno i Cristiani raggiunsero la cifra di 1200 cavalieri, 4000 sergenti di cavalleria leggera e turcopoli montati su ponies allevati dalle tribù turcomanne e privi di armatura pesante. I turcopoli erano normalmente adibiti a funzioni di supporto della cavalleria degli ordini militari. Da Tiro, Sidone , Acri e Beirut arrivarono i marinai italiani mentre pellegrini, provenienti da tutta l’Europa, sebbene privi di armi, vollero unirsi all’armata cristiana. I fanti quindi ammontavano a circa 15.000-18.000 uomini.

Il 26 giugno l’esercito musulmano si mise in marcia verso Khisfin nelle colline del Golan. Il giorno seguente l’esercito attraversò la punta sud delle alture accampandosi in un area paludosa tra il lago Tiberiade e i fiumi Giordano e Yarmuk. Saladino stabilì il suo campo base a Cafarsset (Kafr Sabt), a metà strada tra Saffuriya e Tiberiade. Piccoli gruppi di razziatori furono inviati al di là del Giordano a depredare una vasta area compresa fra Nazareth, Tiberiade e il monte Tabor. Probabilmente il 30 Giugno Saladino attraversò il Giordano col grosso delle truppe. Il 2 luglio Saladino iniziò l’assedio di Tiberiade, la sede del Principato di Galilea. Tiberiade (Tabariya) (3). A difendere Tiberiade era rimasta Eschiva di Bures, la moglie di Raimondo III, conte di Tripoli. Intorno a Tiberiade si schierarono le truppe scelte della guardia, “le ardenti fiaccole dell’Islam”, uomini animati da un odio fanatico per i cristiani. Il resto dell’esercito sotto il comando di Taqi al-Din, nipote di Saladino, e di Keukburi, rimase al campo base. Esploratori furono inviati verso Seforia per studiare le mosse dei cristiani e il 1 Luglio Saladino in persona si avvicinò all’accampamento cristiano per provocare l’uscita allo scoperto dei nemici. Nel frattempo il 2 luglio la città assediata si arrendeva e la guarnigione si ritirava nella cittadella. Nell’accampamento cristiano il re Guy era impegnato in estenuanti consigli di guerra in balia delle opposte fazioni. Raimondo si opponeva alla marcia verso Tiberiade per romperne l’assedio dal momento che i piani del Saladino prevedevano proprio l’uscita allo scoperto dei cristiani patendo, in piena estate, la sete data la scarsità di rifornimenti idrici in quella zona. Purtroppo molti dei presenti dubitavano della lealtà del conte Raimondo e Gerardo di Ridefoert arrivò ad accusarlo di codardia. Tuttavia in un primo momento le argomentazioni di Raimondo fecero breccia e Guy decise di rimanere fermo. Ma nella notte il Gran Maestro dei Templari, Gerard de Ridefort, fece cambiare idea al Re. Quindi il 3 luglio l’esercito cristiano si mise in marcia. All’avanguardia era Raimondo di Tripoli, in quanto il diritto feudale prevedeva che il feudatario attaccato avesse l’onore di essere in testa all’esercito. Al centro era Guy di Lusignano con i vescovi di Lidda e Acri che portavano la santa reliquia della Croce, ripresa dall’imperatore Eraclio ai Persiani dopo la battaglia di Ninive nel 627. Baliano di Ibelin guidava la retroguardia con i Cavalieri Templari e i Cavalieri Ospitalieri.Guy di Lusignano, per evitare di scontrarsi immediatamente con Saladino che controllava la strada più corta per Tiberiade, scelse di seguire la strada che da Saffuriya andava fino al villaggio di Mash-had e poi incrociava la strada principale che da Acri portava a Tiberiade. Si prevedeva di percorrere il tragitto nell’arco di una giornata. Pertanto non si provvide a portare carri cisterna per l’acqua.Ogni divisione procedeva con la cavalleria al centro protetta da ogni lato dalla fanteria al fine di difendere il più possibile le facili prede delle frecce rappresentate dai cavalli.Alla notizia che l’armata cristiana si era messa in movimento Saladino lasciò un piccolo contingente a Tiberiade, ritornò al campo base di Cafarsset e inviò delle truppe di cavalleria per disturbare la marcia dei cristiani. Obiettivo principale era l’uccisione dei cavalli. La cavalleria musulmana lanciava le frecce e si ritirava senza accettare lo scontro.Alle dieci del mattino i cristiani, dopo 5-6 ore di marcia, raggiunsero Monte Turan, dove, non lontano dalla strada, si trovava una ricca sorgente d’acqua. Ma il re rifiutò di fermarsi. Le azioni di disturbo si intensificarono non appena le colonne in marcia attraversarono il fronte di Saladino. A mezzogiorno la marcia si era fatta lenta e strisciante, l’esercito aveva percorso 18 chilometri. L’acqua era finita. La zona era desertica. La calura estiva tormentava i fanti, racchiusi nei giubbotti di protezione contro le frecce, e arroventava le corazze dei cavalieri. Tutti erano stanchi per le molte ore di cammino in un territorio impervio. L’esercito Cristiano si snodava su circa 2-3 km di fronte e l’incedere penoso stava sfilacciando le fila in maniera preoccupante. Quando l’avanguardia di Raimondo raggiunse l’incrocio delle strade nei pressi di Maniscalcia (Miskinah) venne avvisata che la retroguardia era ferma in quanto attestata a difesa per un improvviso attacco. Il conte di Tripoli persuase il re a piegare sulla sinistra verso le fonti di Hattin distanti circa 6 km. affinché si concedesse all’esercito la possibilità di ristoro. Da lì il giorno seguente sarebbe stato possibile raggiungere Tiberiade ed affrontare lo scontro decisivo in ben altre condizioni.Il conte Raimondo di Tripoli, che ben sapeva il disastro a cui si sarebbe andati incontro in una battaglia in quelle condizioni, fece così compiere all’esercito la deviazione verso nord per raggiungere le sorgenti di Kafr Hattin, a circa 3-4 ore di marcia. Ma Saladino comprese la manovra di Raimondo e ordinò a Taqi al-Din e a Keukburi di schierarsi tra Hattin e l’esercito cristiano bloccando l’accesso alle fonti. La manovra fu eseguita rapidamente e i cristiani si videro di nuovo bloccati. Raimondo III di Tripoli era pronto ad attaccare l’ala destra musulmana, guidata da Taqi al-Din, per aprirsi la strada verso Hattin, quando giunse l’ordine del re di fermarsi perché la retroguardia non era in grado più di avanzare e ricongiungersi col corpo principale. I Templari e gli Ospitalieri non erano riusciti a contrattaccare efficacemente ed avevano bisogno di tempo per riorganizzarsi.Guido di Lusignano diede ordine di stabilire il campo dove si trovavano. Raimondo III di Tripoli si recò dal re per protestare ed esclamò: “Ahimé! Ahimé! Signore Iddio, la guerra è finita. Siamo consegnati alla morte e la terra è perduta”.L’esercito cristiano si apprestò a passare la notte senza acqua attorno a Manescalcia nonostante qualcuno voleva attaccare la posizione di Saladino sulla collina del villaggio di Lubia. Saladino ordinò ai suoi di gettare ostentatamente l’acqua nella sabbia in maniera che i cristiani fossero ulteriormente demoralizzati. In aggiunta per tutta la notte grida, canti e tamburi impedirono ai cristiani di riposare. Gli attacchi peraltro continuarono fino a notte fonda.Saladino intanto completava lo spostamento delle sue truppe da Cafarsset. Ben 400 casse di frecce furono distribuite tra i diversi reparti dell’esercito e 70 dromedari carichi di frecce furono predisposti in punti strategici. Inoltre fu dato ordine di raccogliere fascine dai boschi circostanti disseminati di cardi secchi per essere messe contro vento e successivamente bruciate il mattino seguente per aumentare il disagio dei cristiani.

Il 4 luglio, all’alba, l’esercito cristiano si rimise in marcia. Saladino aspettò che il sole e la sete facessero la loro opera sui soldati di re Guido di Lusignano. Contingenti di volontari irregolari musulmani seguivano a breve distanza l’esercito cristiano dando fuoco alle fascine e al sottobosco secco. Alcune defezioni nell’esercito cristiano confortarono il Saladino delle pessime condizioni del nemico. Scrisse Abu Shama: “Sirio gettava i suoi raggi su quegli uomini vestiti di ferro e la rabbia non abbandonava i loro cuori. Il cielo ardente accresceva la loro furia; i cavalieri caricavano, ad ondate successive nel tremolio dei miraggi, fra i tormenti della sete, in quel vento infuocato e con l’angoscia nel cuore. Quei cani gemevano sotto i colpi, con la lingua penzoloni dall’arsura. Speravano di raggiungere l’acqua, ma avevano di fronte le fiamme dell’inferno e furono sopraffatti dall’intollerabile calura”.I Templari tentarono di nuovo una furibonda carica per rompere l’accerchiamento ma come scrive Ibn Khallikan nelle biografie di Gokbori e Taqi al Din “entrambi mantennero le loro posizioni nonostante l’esercito intero fosse stato scalzato e spinto indietro”.All’inizio della battaglia il giovane amir Manguras sfidò a singolar tenzone un campione cristiano ma venne disarcionato e trascinato nelle linee nemiche dove venne decapitato. I cristiani mantenevano in marcia lo stesso schieramento a protezione della cavalleriaImprovvisamente il morale della fanteria crollò, venne scompaginato l’ordine di battaglia e i soldati si dispersero sulla collina verso est per cercare di raggiungere l’acqua del lago oramai visibile (sebbene distante ancora una decina di km). Re Guy di Lusingano ordinò di fermarsi ed alzare le tende “vicino ad una montagna” (quasi sicuramente a sud ovest dei corni di Hattin), ma solo tre furono effettivamente montate.

I cavalieri accorsero prontamente, ma pochi fanti tornarono indietro. Raimondo III di Tripoli, vistosi perduto, ordinò la famosa carica ai suoi cavalieri. Taqi al-Din, che ben conosceva il valore e la forza dei crociati, dubitando di poter resistere, aprì le fila e lasciò passare i soldati di Raimondo di Tripoli, poi richiuse i varchi. Raimondo III di Tripoli si trovò isolato fuori del campo di battaglia sulla strada della gola, in discesa per uno stretto e ripido sentiero che impediva il ritorno sul campo di battaglia. Non gli rimase che allontanarsi con i superstiti verso lo Wadi Hamman fino al lago. Di lì decise di non rischiare il ricongiungimento con la moglie nella trappola di Tiberiade e si allontanò verso nord, in direzione di Tiro. Un testo anonimo chiamato “De Expugnatione Terrae Sanctae per Saladinum Libellus” narra che Raimondo e gli altri cavalieri che si misero in salvo abbandonassero il campo, nel mezzo della battaglia, con codardia arrivando a “calpestare i cristiani, turchi e la croce”. Questo riflette il grado di ostilità che l’autore nutriva verso coloro che venivano i “poleins” (ovvero gli Europei nati in oriente). Sull’altipiano il cerchio si andava chiudendo su quello che rimaneva dell’esercito cristiano. La fanteria confluì in direzione del corno nord con la speranza di fuggire nella direzione di Raimondo o supportarne la carica. Ai piedi del corno si trovava la cavalleria feudale a difesa delle tre tende. La situazione era disperata e il re ordinò alla fanteria di scendere a difesa della sacra croce. La risposta che narrano le fonti fu “non scendiamo perché stiamo morendo di sete, e non combatteremo”. Il re disperato ordinò ai cavalieri superstiti che erano oramai tutti appiedati con i cavalli ai loro piedi crivellati di frecce ritirarsi sulla sommità del corno meridionale, più ampia e pianeggiante dove fu innalzata la tenda reale rossa come un punto di riferimento per l’estrema resistenza. Intorno alla reliquia della Santa Croce la battaglia si fece più aspra. Taqi al Din dopo aver consentito lo sganciamento del conte di Tripoli condusse un feroce attacco per impossessarsi personalmente della reliquia. Il vescovo di Acri che portava il prezioso fardello rimase ucciso nella sua disperata difesa. Il vescovo di Lidde prontamente sostituì il confratello mantenendo sollevato il simbolo della cristianità. Alcune fonti narrano che il vescovo di Lidde riuscì a portare la reliquia sulla sommità del corno sud dove fu poi catturata dai musulmani nel corso di una delle ultime cariche di cavalleria. La perdita del sacro oggetto ebbe un effetto devastante per il morale già depresso dei difensori. Nel primo pomeriggio la fanteria attestata nel corno settentrionale si arrese essendo oramai circondata da tutti i lati. I cavalieri del corno sud resistevano ancora. Saladino ordinò di concentrare tutti gli sforzi per piegare l’ultima resistenza. I cavalieri cristiani ancora a cavallo si radunarono e lanciarono altre due cariche disperate. Uno di questi arrivò addirittura a minacciare Saladino in persona. Il figlio diciassettenne di Saladino, al-Malik al-Afdal, ci ha lasciato il racconto di quegli ultimi istanti di tensione:”Quando il re dei Franchi si ridusse sul colle, con quella schiera fecero una carica tremenda sui musulmani che avevano di fronte, ributtandoli addosso a mio padre. Io lo vidi costernato e stravolto, afferrandosi alla barba, avanzare gridando ‘Via la menzogna del demonio!’, e i musulmani tornare al contrattacco ricacciando i Franchi sul colle. Al vedere indietreggiare i Franchi, e i musulmani incalzarli, io gridai dalla gioia: ‘Li abbiamo vinti!’; ma quelli tornarono con una seconda carica pari alla prima, che ricacciò ancora i nostri fino a mio padre. Egli ripeté il suo atto di prima, e i musulmani, contrattaccati, li riaddossarono alla collina. Tornai ancora a gridare ‘Li abbiamo vinti!’, ma mio padre si volse a me e disse:’Taci non li avremo vinti finché non cadrà quella tenda!’, e mentre egli così parlava la tenda cadde, e il sultano smontò da cavallo e si prosternò in ringraziamento a Dio, piangendo di gioia”. Come aveva previsto il crollo della tenda reale segnava la fine della battaglia. Un certo numero di cavalieri cristiani fra i quali Baliano di Ibelin e Reginaldo di Sidone riuscirono a fuggire prima dell’epilogo. I personaggi più illustri vennero trattati bene da Saladino che intendeva ottenere dei pesanti riscatti. Tra i prigionieri vi erano oltre al re Guy, suo fratello Goffredo, il conestabile Almarico, il marchese Guglielmo di Monferrato, Rinaldo di Chatillon, Humphrey de Toron, i maestri dei Templari e degli Ospitalieri, il vescovo di Lidde e altri baroni. Secondo il racconto di al-Safadi in al-Wafi bi’l-wafayat, Saladino offrì dell’acqua a Guido, che allora diede il bicchiere a Rinaldo. Saladino buttò via l’acqua, dicendo che non aveva offerto l’acqua a Rinaldo e non era quindi vincolato dalle regole musulmane sull’ospitalità (4). Saladino lo apostrofò:« Quante volte avete fatto un giuramento e lo avete violato? Quante volte firmato un accordo che non avete mai rispettato?” Rinaldo, tramite l’interprete, rispose: “I re hanno sempre agito così. Non ho fatto nulla di più.” Durante questi momenti, il Re Guido stava male per la sete, la sua testa ondeggiava come fosse ubriaco, la sua faccia tradiva grande paura. Saladino gli indirizzò parole rassicuranti, fece portare dell’acqua fredda e gliela offrì. Il re bevve, dopodiché dette ciò che rimaneva a Rinaldo[…]. Il sultano allora disse a Guido: “non hai chiesto il permesso prima di dargli l’acqua. Pertanto non sono obbligato a garantire la sua salvezza”. Dopo aver pronunciato queste parole, il sultano sorrise, montò a cavallo e si allontanò, lasciando i prigionieri nel terrore. Supervisionò il ritorno delle truppe e quindi ritornò alla sua tenda. Ordinò che Rinaldo fosse portato lì, quindi avanzò verso di lui con la spada in pugno e lo colpì tra il collo e lo spallaccio. Quando Rinaldo cadde, gli tagliò la testa e trascinò il corpo ai piedi del re, che cominciò a tremare. Vedendolo così sconvolto, Saladino gli disse in tono rassicurante: “Quest’uomo è stato ucciso solo a causa della sua malvagità e perfidia”. » Secondo alcuni autori e nella Storia dei patriarchi di Alessandria, il sultano avrebbe addirittura infierito sul cadavere, anche spalmandosene il sangue sul viso o usandolo per lavarsene le mani. La testa di Reginaldo fu fatta trascinare per ordine del Sultano per tutti i suoi territori dopo essere stata esposta a Damasco, l’odio fra i due era stato troppo violento perché Saladino resistesse alla tentazione di compiere un gesto esemplare. Reginaldo fu da questo momento un protagonista del fortunato genere letterario delle passiones di crociati e Pietro di Blois seppe dare un rinnovato e appassionato senso cristiano alla storia. Guglielmo di Newburgh descrive Rinaldo con toni degni per quel valoroso martire della fede e a condire l’avventura Matteo Paris, nel Chronica Majora, fa esclamare al morituro che sta per ricevere il colpo di spada la frase: “gaudeo de causa mortis et de ferientis autorictate”. La notte passò fra i festeggiamenti dei vincitori e il giorno 5 Saladino condusse i prigionieri a Tiberiade dove la contessa Eschiva consegnò la roccaforte. Tutti i turcopoli in quanto apostati dell’Islam furono giustiziati. Il resto dei prigionieri raggiunse Damasco il 6 luglio. Qui Saladino ordinò l’esecuzione dei Templari e Ospitalieri che non si fossero convertiti (5). 230 cavalieri furono uccisi sebbene alcuni decisero di abiurare la fede cristiana (6). La strage dei cavalieri avvenne al cospetto di Saladino, che sorrideva davanti al massacro. Lo storico arabo Imad al-Din, che era presente all’episodio racconta:”Saladino promise cinquanta denari a chiunque portasse un templare o un ospitaliero prigioniero. Subito i soldati ne portarono centinaia, ed egli li fece decapitare perché preferì ucciderli piuttosto che ridurli in schiavitù. Era circondato da un gruppo di dottori della legge e di mistici, e da un certo numero di persone consacrate alla castità e all’ascetismo. Ognuno di essi chiese il favore di uccidere un prigioniero, sguainò la spada e scoprì l’avambraccio. Il sultano stava seduto con la faccia sorridente, mentre quelle dei miscredenti erano accigliate. Le truppe erano schierate, con gli emiri su due file. Fra i religiosi, alcuni diedero un taglio netto ed ebbero ringraziamenti; la spada di altri esitò e rimbalzò: furono scusati; altri ancora furono derisi e sostituiti. Io ero presente e osservavo il sultano che sorrideva al massacro, scorsi in lui l’uomo di parola e d’azione. Quante promesse non adempì! Quante lodi non si meritò! Quante ricompense durature a motivo del sangue da lui versato! …”.Saladino disse:”Intendo purificare la terra da questi due ordini mostruosi, dediti a pratiche insensate, i quali non rinunzieranno mai all’ostilità, non hanno alcun valore come schiavi e rappresentano quanto di peggio vi sia nella razza degli infedeli”. Forse 3000 soldati cristiani riuscirono a scampare alla disfatta confluendo nei vari castelli e città fortificate. Guido di Lusignano per la sua libertà dovette garantire la consegna di Ascalona (odierna Ashqelon) (7). Il Gran Maestro dei Templari, Gerard de Ridefort, che aveva malconsigliato il re, ebbe la libertà in cambio della consegna di Gaza (in arabo Ghazzah, in ebraico Azza). I Cavalieri Templari obbedirono al loro Gran Maestro. Saladino fece costruire sul corno meridionale un piccolo monumento a ricordo della vittoria, il Qubbat al Nasr o Cupola della Vittoria di cui oggi non rimane traccia.Raimondo III di Tripoli morì pochi mesi dopo per il grande dolore sofferto a causa della sconfitta di Hattin.Baliano di Ibelin, che era sfuggito alla cattura in battaglia, organizzò la difesa di Gerusalemme e ne trattò la resa con Saladino.

NOTE

(1) Nel 1186 Reginaldo si impadronì di una ricca carovana di Saladino sulla via dell’Oltregiordano in direzione di Damasco; le cronache vogliono che ci fosse la sorella dello stesso sultano tra i pellegrini. Appresa la notizia, Saladino s’infuriò, pretese le scuse, la liberazione dei prigionieri e il compenso dei furti e dei danni. Rinaldo reagì cacciando via in malo modo i messaggeri del re musulmano. Saladino si rivolse a Guido che timidamente lo rimproverò. Rinaldo finse di ascoltarlo ma perdurò come nulla fosse nel suo atteggiamento sottolineando che non aveva ratificato alcuna pace col Saladino. Saladino giurò che Rinaldo sarebbe stato giustiziato se fosse stato mai preso prigioniero.

(2) Il denaro era stato donato da Enrico II d’Inghilterra come espiazione per la morte di Thomas Beckett

(3) Il cui nome ricorda l’imperatore Tiberio, venne fondata intorno al 20 d.C. da Erode Antipa e nell’XI secolo era entrata a far parte del Regno di Gerusalemme come capitale del Principato di Galilea.

(4) econdo l’usanza araba un uomo che riceveva acqua o cibo da colui che lo aveva catturato, da quel momento sarebbe stato al sicuro da ogni male. Il re Guy sapeva sicuramente che Saladino aveva giurato pubblicamente di voler uccidere personalmente Rinaldo di Chatillon e con questo gesto intendeva forse voler salvare la vita al suo compagno di prigionia.

(5) Una macchia nella fama di questo condottiero in quanto l’Islam proibisce la conversione sotto minaccia di esecuzione.

(6) Si sa che un Templare di origine spagnola comandò la guarnigione islamica di Damasco nel 1229.

(7) Tuttavia la città non si arrese. Quando Guido di Lusingano ordinò la resa venne insultato dai difensori. L’assedio durò dal 23 agosto al 5 settembre.

Bibliografia

Runciman S. “ I crociati alla conquista della città Santa; epopea e storia della I Crociata 1096-1099” Piemme 1996

Runciman S. “Storia delle Crociate” Einaudi 1993 Gibb H. “Vita di Saladino; dalle opere di Imao Ao Din e Baha Ad Din” Salerno 1979

Regan G. “Il Saladino” ECIG 1992

Prawer J. “The battle of Hattin” Crusaders Institutions Oxford 1980

Kedar B.Z. “The Horns of Hattin” Proceedings of the second conference of the Society for the Study of the Crusades and the Latin east” 1992

Nicolle D. “Hattin 1187” Osprey 1993

1 commento »

  1. […] e Guido di Lusignano. 1187 Riappacificazione tra Guido di Lusignano e Raimondo III di Tripoli. 1187 Hattin Disfatta dell’armata franca. 1188 Esecuzione capitale di Rinaldo di Chatillon, e dei Templari. […]

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