Medioevo – ricerce e articoli

28/05/2010

Abbazia di Chiaravalle


Abbazia di Chiaravalle
Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Coordinate: 45°24′57″N 9°14′13″E / 45.415817, 9.236995

La chiesa del complesso

L’Abbazia di Chiaravalle (in latino, Sanctæ Mariæ Clarævallis Mediolanensis, conosciuta anche come Santa Maria di Roveniano) è un complesso monastico cistercense del XII secolo che oggi si trova nel comune di Milano nella zona agricola tra il quartiere Vigentino e il quartiere Rogoredo. Nei dintorni dell’Abbazia si è sviluppato un borgo, un tempo comune indipendente col nome di Chiaravalle Milanese, ma oggi annesso al comune di Milano e sede, tra l’altro, di uno dei suoi cimiteri.

Il chiostro del monastero

Venne fondata nel 22 gennaio del 1135, filiazione dell’Abbazia di Cîteaux, e costituisce oggi uno dei primi esempi di gotico in Italia, sebbene contaminato da linee romaniche e tardo romaniche.

Storia

Il 10 ottobre del 1134 giunsero in Lombardia i primi monaci cistercensi provenienti dalla località di Moiremont, vicino a Digione (da cui prende il nome un’altra abbazia, quella di Morimondo), che si stabilirono a Coronate presso Pieve di Abbiategrasso.
Un altro gruppo di cistercensi, provenienti invece da Cîteaux, giunse all’inizio del 1135 a Milano, ospiti dei benedettini di sant’Ambrogio, in sostegno di papa Innocenzo II contro l’antipapa Anacleto II.
La disputa papale venne risolta a favore di Innocenzo II grazie all’intervento di Bernardo di Chiaravalle, che decise inoltre di bonificare la zona paludosa a sud della città (chiamata Roveniano o Rovegnano) e di fondarvi una nuova abbazia; lasciò quindi sul posto un gruppo di frati con lo scopo di raccogliere fondi utili alla costruzione della chiesa.
Il 2 maggio 1221 il vescovo di Milano Enrico I da Settala consacrò la chiesa a santa Maria; nell’angolo nord-ovest del chiostro si può trovare, scritta in caratteri semigotici, la lapide posta in quest’occasione che riporta:
« Nell’anno di grazia 1135 addì 22.1, fu costruito questo monastero dal beato Bernardo abbate di Chiaravalle: nel 1221 fu consacrata questa Chiesa dal Signor Enrico Arcivescovo milanese, il 2 maggio, in onore di S. Maria di Chiaravalle. »
Le prime costruzioni realizzate dai religiosi furono provvisorie, e solo verso tra il 1150 e il 1160 venne iniziata la costruzione della chiesa attuale, che poi si protrasse per circa 70 anni, fino al 1221; di quella originaria del 1135 non rimane oggi alcuna traccia. Durante il XIII secolo i lavori proseguirono nella realizzazione del primo Chiostro, situato a sud della chiesa. In seguito, nel XIV secolo, venne realizzato il tiburio e il refettorio. Nel 1412 venne costruita per volere dell’abata una piccola cappella, posizionata in corrispondenza del transetto meridionale, rimaneggiata nel XVII secolo e oggi utilizzata come sacrestia.
Nel 1442 l’Abbazia venne mutata In commendam.
In seguito, nel 1490, il Bramante e Giovanni Antonio Amadeo su commissione del cardinale Ascanio Maria Sforza Visconti, fratello di Ludovico il Moro, iniziarono a costruire il Chiostro Grande e il capitolo.
Durante il periodo Rinascimentale molti pittori e artisti lavorarono all’Abbazia; a questo periodo risalgono ad esempio le opere di Bernardino Luini. In seguito, dal 1614 e il 1616, i Fiammenghini ebbero l’incarico di decorare le pareti interne della chiesa, che vennero letteralmente ricoperte di affreschi visibili anche oggi.

Dal XVIII secolo a oggi

Il portone sinistro della facciata; sono evidenti i segni dei rifacimenti e dei restauri effettuati.

La storia dell’abbazia proseguì tranquilla nei secoli fino alla cacciata dei monaci da parte della Repubblica Cisalpina nell’anno 1798; è in quell’anno infatti che la chiesa diventò parrocchia del paese vicino e i beni dell’abbazia vennero venduti, dando così il via alla demolizione del monastero. Rimasero intatti soltanto la chiesa, una parte del chiostro piccolo, il refettorio e gli edifici dell’ingresso.
Nel 1861, per far spazio alla linea ferroviaria Milano – Pavia – Genova, il Chiostro Grande del Bramante (ma più verosilmilmente dell’Amadeo)[senza fonte], pur costruito sul solo lato adiacente all’abbazia come visibile da stampe d’epoca, venne distrutto.
È solo nel 1894 che l’Ufficio per la Conservazione dei Monumenti comprò l’abbazia dai privati che l’abitavano e iniziò il restauro del complesso, prima affidandolo a Luca Beltrami, poi nel 1905 a Getano Moretti, a cu si deve il restauro della torre nolare, nel 1926 con il ripristino della facciata originaria eliminando le superfetazioni barocche, nel 1945 (e seguenti, fino al 1954) con ulteriori restauri e la ricollocazione del Coro Ligneo nella navata centrale, che era stato spostato nella Certosa di Pavia per precauzione.
Nel 1952 tornarono i cistercensi nell’abbazia, grazie all’intervento del cardinale Alfredo Ildefonso Schuster, riprendendo il possesso del monastero a patto di riuscire a terminare i restauri entro 9 anni e, in questo modo, ottenendo l’uso dell’abbazia e delle terre a essa adiacenti per i successivi 29 anni, rinnovabili.
Tra il 1970 ed il 1972 si effettuarono i restauri degli affreschi del tiburio e, dal 2004, sono in corso i restauri degli affreschi della torre nolare e degli edifici dell’ingresso.

Guglielma la Boema
Nei pressi dell’abbazia visse in un’abitazione di proprietà dell’ente monastico Guglielma la Boema, che si spense indossando in punto di morte l’abito monastico e che venne sepolta all’interno del chiostro.
Dopo la sua morte avvenuta, pare, il 24 agosto 1281, i monaci e le suore di santa Caterina la proposero per la consacrazione. La cappella che ne ospitò le spoglie divenne luogo di culto, frequentato da seguaci e devoti. I frati le dedicarono addirittura un altare.
L’intervento dell’Inquisizione circa venti anni dopo, nel 1300, interruppe il culto e consegnò al rogo i suoi resti mortali e i suoi seguaci che, arsi vivi, morirono condannati per eresia.

Il monastero

L’ingresso
L’accesso al complesso avviene attraverso una torre cinquecentesca, costruita per volere di Luigi XII di Francia, a fianco della quale sorge l’oratorio dedicato a San Bernardo in cui si può ammirare l’affresco di Cristo davanti a Pilato, un tempo attribuito al fiammingo Hieronymus Bosch e oggi assegnato allo svizzero Hans Witz (conosciuto anche come Johannes Sapidus), che fu pittore di corte negli anni di Galeazzo Maria Sforza.
La griglia di ferro battuto che caratterizza l’entrata è della fine del XVII secolo; dell’antica cinta muraria che circondava il monastero rimangono invece solo due piccoli tronconi ai lati della torre d’accesso, mentre non vi è più alcuna traccia del fossato.

Il piazzale
Il piazzale antistante la chiesa si allarga gradatamente man mano che ci si avvicina a questa, mentre è stretto subito dopo l’ingresso. Da notare, sulla sinistra, una piccola chiesetta dedicata a san Bernardo, risalente al 1412 e in seguito riadattata a spezieria a seguito della costruzione nel 1762 di un’altra chiesetta, sempre dedicata al Santo, sul lato opposto attaccata alla vecchia foresteria.
In quella più antica si possono osservare le tracce degli affreschi attribuiti a Callisto Piazza, nell’altra invece si trova la Incoronazione della Vergine con i Santi Benedetto e Bernardo del 1572 di Bernardino Gatti detto Il Sojaro, allievo del Correggio, spostata nel 1952 durante i restauri della chiesa principale a seguito della riapertura delle finestre dell’abside.

La chiesa

La facciata

Planimetria della chiesa, della sacrestia e di parte del chiostro.

Il portale con le figure dei Quattro Santi e lo stemma dell'abbazia

Come detto prima la facciata della chiesa è quella precedente il rifacimento seicentesco, restaurata infatti nel 1926 per riportare alla luce il progetto originario. Si intravedono ancora, nella struttura attuale e in particolare nelle due entrate laterali, i segni del rifacimento e alcuni elementi architettonici non ben integrati col resto della struttura. Il nartece d’ingresso seicentesco è tutt’ora conservato. Sostituisce l’originale duecentesco, del quale si conservano le murature laterali.
Si presenta con la tradizionale forma a capanna, con la cornice sorretta da piccoli archetti in cotto; rimane ancora la pietra bianca della facciata seicentesca, in palese stonatura col resto del progetto. I tre archi sono allineati con gli ingressi.
Notevole il portale d’ingresso, risalente presumibilmente agli inizi del XVI secolo, scolpito in rilievo con le figure dei Quattro Santi (san Roberto, sant’Alberico, santo Stefano, san Bernardo) e sormontato dallo stemma della chiesa: la cicogna con pastorale e mitria, anch’essa scolpita sui battenti.

L’interno
Dopo aver superato il portone duecentesco si coglie subito la pianta a croce latina, disposta su tre navate con volta a crociera, sorrette da piccoli pilastri in cotto ai lati, e con abside piatta. Il corpo principale è formato da quattro campate, mentre una quinta più piccola forma il presbiterio. I bracci del transetto sono formati da due campate di forma rettangolare, mentre l’incrocio viene deformato dalla cupola della torre. Arrivati alla quarta campata si notano i pilastri rettangolari, collegati a un muro che sostiene il coro.
Si nota comunque una generale incertezza del progetto e delle misurazioni, che fa pensare a una prima opera.
Nonostante l’Ordine cistercense sia caratterizzato (per via del volere di san Bernardo, come simbolo di povertà) da una quasi totale mancanza di decorazioni, gli affreschi della cupola e delle tombe sono una chiara eccezione; è solo in seguito, nel XVI e XVII secolo, che la chiesa viene affrescata in stile barocco, in modo a volte esageratamente ricco, in netto contrasto col volere del fondatore.
I fratelli Giovan Battista e Giovan Mauro Della Rovere, detti i Fiammenghini, si dedicarono alla decorazione di gran parte dell’interno della chiesa; in particolare il transetto e il presbiterio sono decorati da un ciclo seicentesco. Inoltre alcuni pilastri, la controfacciata (appena sopra il portale) e la volta sono stati decorati dai due fratelli.

Il coro ligneo
Stupendo esempio di arte lignea è il coro, appoggiato ai muri della navata centrale, intagliato da Carlo Garavaglia (autore di opere pregevoli a Milano, ma pressoché sconosciuto) a cavallo degli anni 1640-1645.
Interamente in noce è composto da due file disposte parallelamente su due livelli: il primo composto da 22 stalli per i monaci, il secondo livello, più in basso, da 17 posti. I pannelli intagliati rappresentano episodi della vita di san Bernardo, accompagnati da puttini, lesene e incastonati in piccoli scompartimenti.
Ogni figura è diversa dalle altre, caratterizzata in modo mirabile e rifinita in ogni più piccolo particolare, sia per quanto riguarda le persone sia per i dettagli dei paesaggi e dei più semplici elementi di sostegno: ad esempio sono degni di nota i puttini che sorreggono i capitelli ai lati del coro o l’angioletto che sorregge un timpano intagliato con le figure dei Santi.

La cupola
Per quanto riguarda la cupola, ormai rovinata per le infiltrazioni e attualmente in fase di restauro, era decorata dai santi Gerolamo, Agostino, Gregorio e Ambrogio, dai quattro Evangelisti e sormontati dal cielo stellato. Di questi solo san Marco rimane quasi del tutto integro.
Si osservano poi le Storie di Maria Santissima: dalla Incoronazione della Vergine all’Annunciazione, completata in un secondo tempo, dalla Dormitio Mariæ ai Funerali di Maria Santissima, tutti risalenti agli anni compresi tra il 1345 e 1347; infine il tamburo della cupola è anch’esso decorato da santi, che però non spiccano particolarmente per grazia pittorica.
La paternità delle opere, seppur dubbia, è attribuita agli allievi della scuola di Giotto, in particolare per quanto riguarda le Storie.

Il transetto
Il transetto della chiesa è interamente ricoperto dagli affreschi dei Fiammenghini, che terminarono il loro lavoro nel 1615.
Il braccio nord è dedicato ai martiri dell’ordine: sopra le tre cappelle troviamo San Bernardo di Poblet, San Tommaso Becket, Arcivescovo di Canterbury, la Santissima Trinità, sulle altre pareti il Martirio delle monache cistercensi nel monastero di Vittavia e il Martirio di San Casimiro. Sulla volta di questo transetto vi sono i quattro Santi Martiri Cistercensi.
La porta che si apre a lato dà sul cimitero dell’abbazia.
Le cappelle di questa parte di transetto sono divise su due livelli, tre sotto e tre sopra; le prime fanno parte del progetto originario della chiesa, le altre tre vennero aggiunte solo nel XIII secolo e non sono più utilizzabili. Dal basso da sinistra si trova la Cappella di Santa Maria Maddalena, la Cappella di Santo Stefano Martire e la Cappella di San Rosario.
Il braccio sud è dedicato ai Santi e Vescovi dell’Ordine Cistercense: sopra la porta della sacrestia troviamo la Erezione del primo monastero di Cîteaux, gli ovali con la Vergine, san Benedetto e san Bernardo, san Domenico Abate, sant’Alberico, san Galgano e san Vittore monaco. Sulla parete a fianco della scala che porta al dormitorio vi è il grande affresco dell’albero genealogico dell’Ordine. Sulla volta di questo transetto vi sono san Cristiano arcivescovo d’Irlanda, san Pietro arcivescovo di Tarantasia, sant’Edmondo arcivescovo di Canterbury, san Guglielmo di Berry.
Le cappelle di questo transetto sono solo tre; da sinistra si trova la Cappella di San Bernardo, la Cappella della Passione che originariamente ospitava il Cristo alla colonna del Bramante ora in deposito alla Pinacoteca di Brera, e, infine, la Cappella di San Benedetto.

Il presbiterio
È la zona più illuminata della chiesa, ricevendo luce da tutti i quattro lati, e la più importante per il suo significato religioso.
È costituito dalla settima campata della navata centrale, e accoglie, addossato al muro di fondo, l’Altare Maggiore. Sulle pareti laterali altre due opere dei Fiammenghini: l’Adorazione dei pastori e la Madonna del latte, datata 1616.

La Madonna della Buonanotte

La Madonna della buonanotte di Bernardino Luini

Dalla scala del transetto sud si accede al dormitorio, risalente al 1493.
In cima alla ripida scala si giunge in piccolo pianerottolo abbellito da una delle prime opere di Bernardino Luini: la Madonna della buonanotte del 1512.
Il nome le viene dall’abitudine dei monaci che, risalendo al dormitorio, salutavano la Madonna con l’ultimo Ave Maria del giorno; sorridente lei li accompagnava al riposo, accompagnata dal Bambino e da due angeli.
Da notare il paesaggio retrostante: sulla sinistra si possono notare alcune figure di eremiti, sulla destra un religioso vestito di bianco in ginocchio di fronte a un’apparizione, a lato della quale si erge una chiesa.

La sacrestia
La costruzione della sacrestia risale al 1412, con successivi ampliamenti nel 1600 e nel 1708. Si presenta con due campate a botte, un piccolo abside semiottagonale e due finestre a sesto acuto.
Era qui che, fino alla cacciata dei cistercensi, era conservata la croce di Ludovico il Pio, portata in salvo dai monaci nella chiesa di Santa Maria presso San Celso, dov’è conservata oggi.
Da notare le tele de La Vergine, San Bernardo e Santi, San Benedetto e gli altri Santi e la pala d’altare realizzata da Daniele Crespi.

Il chiostro
Del chiostro duecentesco, di cui rimangono solamente il lato settentrionale e due campate, è abbellito dalla Vergine in trono con Bambino onorata da Cistercensi (prima metà del XVI secolo), un tempo attribuita a Gaudenzio Ferrari e oggi a Callisto Piazza. A fianco dell’affresco vi è la lapide scritta in caratteri semigotici, posta in occasione della consacrazione della chiesa nel 1221, sormontata dalla cicogna. Nel 1861, per far spazio alla linea ferroviaria Milano – Pavia – Genova, il lato effettivamente realizzato del Chiostro Grande del Bramante o dell’Amadeo venne distrutto.
Da notare sono le colonnine annodate poste sul lato nord-ovest e la semplicità dei capitelli delle altre colonne, decorate con foglie, aquile e volti umani, in molti casi fortunati ritrovamenti in fase di restauro, utilizzate per le colonnine attuali.
Dal lato sud, interamente rifatto, si può avere un bel colpo d’occhio sulla Ciribiciaccola, che spicca sopra la chiesa.

Il capitolo
L’entrata del capitolo è posto sul lato a est del chiostro; qui si possono ammirare dei graffiti (attribuiti al Bramante) raffiguranti la Milano del tempo: il Duomo è ancora senza le guglie, Santa Maria delle Grazie è in costruzione e il Castello Sforzesco di Milano mostra ancora l’antica torre del Filarete.
Sulle altri pareti spiaccano Profeti e Patriarchi: Salomone, Abramo, Giacobbe, Osea, Geremia e Davide. Sempre opera dei Fiammenghini, furono in seguito spostati dalla loro sistemazione originaria (i piloni della navata centrale) e risistemati su tela nel 1965.
I bronzi tondi raffiguranti il Cristo al Limbo e L’incredulità di San Tommaso (i cui disegni originali di Raffaello Sanzio sono oggi conservati a Firenze e Cambridge) sono opera dello scultore fiorentino Lorenzo Lotti, detto Lorenzetto.

La torre, detta Ciribiciaccola

La Ciribiciaccola

La torre nolare sale partendo dal tiburio, a un’altezza di 9 metri, con due sezioni di forma ottagonale, di 4,14 metri la prima e di 12,19 la seconda, per poi diventare di forma conica per 11,97 metri. Da qui alla fine della croce, posta su di un mappamondo, si raggiunge l’altezza di 56,26 metri.
Ognuna delle zone è divisa a sua volta in due parti che sono caratterizzate dall’abbondanza di archetti pensili di varie forme, con cornici lavorate e accompagnate dai pinnacoli conici bianchi che delimitano le zone. Le bifore, trifore e quadrifore sono formate da marmo di Candoglia (lo stesso del Duomo di Milano), mentre le monofore sono in cotto.
La data esatta di costruzione non è conosciuta, ma è stata datata 1329-1340 e attribuita a Francesco Pecorari di Cremona per via della somiglianza di quest’opera con le altre più conosciute: il Torrazzo di Cremona e il campanile di San Gottardo a Milano.
Anche la torre venne rimaneggiata nel corso degli anni come il resto dell’abbazia, e solo nel 1905 vennero rimosse le aggiunte settecentesche.
La torre viene chiamata nel dialetto milanese Ciribiciaccola, e in un’antica filastrocca dialettale se ne parla così:
(LMO)
« Sora del campanin de Ciaravall
gh’è una ciribiciaccola Con cinqcentcinquantacinq ciribiciaccolitt
var pusse’e la ciribiciaccola che i soo cinqcentcinquantacinq ciribiciaccolitt?
quant i cinqcentcinquantacinq ciribiciaccolitt voeren ciciarà con la ciribiciaccola
la ciribiciaccola l’è pronta a ciciarà con i cinqcentcinquantacinq ciribiciaccolitt
la ciribiciaccola la ciciara i ciribiciaccolitt ciciaren
ma la ciciarada de la ciribiciaccola l’è pusse’e lunga de quela de i cinqcentcinquantacinq ciribiciaccolitt »
(IT)
« Sul campanile di Chiaravalle
c’è una ciribiciaccola
con cinquecentocinquantacinque ciribiciaccolini.
Vale più una ciribiciaccola
o cinquecentocinquantacinque ciribiciaccolini? »
(Filastrocca dialettale)

I ciribiciaccolini sono forse i frati dell’abbazia o le colonnine della torre, o ancora i piccoli della cicogna, che in passato nidificava sulla torre, dal verso dei cicognini (ciri) e lo sbattere del becco della cicogna contro le colonnine.

1 commento »

  1. Stupenda. http://calogeromiraviaggi.wordpress.com

    Commento di Calogero Mira — 01/06/2011 @ 16:24


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