Medioevo – ricerce e articoli

18/05/2010

Bernardo di Chiaravalle


Bernardo di Chiaravalle
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Bernardo di Chiaravalle

Bernardo di Chiaravalle o Bernard de Clairvaux (Fontaine-lès-Dijon, 1090 – Ville-sous-la-Ferté , 20 agosto 1153) è stato un religioso, abate e teologo francese, fondatore della celebre abbazia di Clairvaux e di altri monasteri (ad esempio, in Italia, l’Abbazia di Chiaravalle).Viene venerato come santo dalla Chiesa cattolica. Canonizzato nel 1174 da papa Alessandro III, fu dichiarato Dottore della Chiesa, da papa Pio VIII nel 1830. Nel 1953 papa Pio XII gli dedicò l’enciclica Doctor Mellifluus

Biografia
Terzo di sette fratelli, nacque da Tescelino il Sauro, vassallo di Oddone I di Borgogna, e da Aletta, figlia di Bernardo di Montbard, anch’egli vassallo del duca di Borgogna. Studiò solo grammatica e retorica (non tutte le sette arti liberali, dunque) nella scuola dei canonici di Nôtre Dame di Saint-Vorles, presso Châtillon-sur-Seine, dove la famiglia aveva dei possedimenti.
Ritornato nel castello paterno di Fontaines, nel 1111, insieme ai cinque fratelli e ad altri parenti e amici, si ritirò nella casa di Châtillon per condurvi una vita di ritiro e di preghiera finché, l’anno seguente, con una trentina di compagni si fece monaco nel monastero cistercense di Cîteaux, fondato quindici anni prima da Roberto di Molesmes e allora retto da Stefano Harding
Nel 1115, insieme con dodici compagni, tra i quali erano quattro fratelli, uno zio e un cugino, si trasferì nella proprietà di un parente, nella regione della Champagne, che aveva donato ai monaci un vasto terreno sulle rive del fiume Aube, nella diocesi di Langres perché vi fosse costruito un nuovo monastero cistercense: essi chiamarono quella valle Clairvaux, Chiara valle.
Ottenuta l’approvazione del vescovo Guglielmo di Champeaux e ricevute numerose donazioni, l’Abbazia di Clairvaux divenne in breve tempo un centro di richiamo oltre che di irradiazione: già dal 1118 monaci di Clairvaux partirono per fondare altrove nuovi monasteri, come a Trois-Fontaines, a Fontenay , a Foigny, a Autun, a Laon; alla morte di Bernardo le abbazie cistercensi erano 343, di cui 66 fondate o riformate da lui stesso. Per tutta la sua vita Bernardo fu strenuo difensore dell’ortodossia religiosa, della lotta contro le eresie e dell’autorità assoluta della Chiesa. Nel concilio di Sens del 1140, si scagliò contro le dottrine di Pietro Abelardo, che furono condannate; lottò inoltre contro Gilberto Porretano e Arnaldo da Brescia.
La seconda crociata del 1147 fu opera della sua predicazione.
I punti fondamentali della dottrina di Bernardo consistono nella negazione del valore della sola ragione, contrapposta all’esaltazione della vita mistica, considerata come la via dell’umiltà e della rinuncia ad ogni autonomia umana. Bernardo si pronuncia senza riserve contro la ragione e la scienza: il desiderio di conoscere gli appare come. Inoltre Il santo nega il valore dell’uomo, spingendolo a riconoscere il proprio nulla, al fine di ottenere la liberazione da tutti i legami corporei e di abbandonare completamente la sua volontà ai voleri divini. I concetti di Bernardo riguardanti la mistica e l’ascesi, come anche le tematiche politiche della “plenitudo potestatis” del pontefice e delle due spade, hanno profondamente condizionato tutto il Medioevo centrale e ultimo.

Rapporti con gli altri religiosi

L’abbazia di Cluny
Nella /Lettera 1/, spedita verso il 1124 al cugino Roberto, Bernardo mostra di considerare la vita monastica dei benedettini di Cluny, allora all’apogeo del loro sviluppo, come un luogo che negava i valori della povertà, dell’austerità e della santità; egli rifiuta la teoria della regola benedettina della /stabilitas/ – ossia del legame permanente e definitivo che dovrebbe stabilirsi fra monaco e monastero – sostenendo la legittimità del passaggio da un convento cluniacense a uno cistercense, essendovi in quest’ultimo professata una regola più rigorosa e più aderente alla Regola di San Benedetto, pertanto una vita monastica perfetta. La polemica fu da lui ripresa nell’ /Apologia all’abate Guglielmo/, sollecitata da Guglielmo, abate del monastero di Saint-Thierry, che ebbe una risposta dall’abate di Cluny, Pietro il Venerabile, nella quale l’abate rivendicava la legittimità della discrezione nell’interpretazione della regola benedettina.
Nel 1130, alla morte di Onorio II, furono eletti due papi: uno, dalla fazione della famiglia romana dei Frangipane, col nome di Innocenzo II e un altro, appoggiato dalla famiglia dei Pierleoni, con il nome di Anacleto II; Bernardo appoggiò attivamente il primo che, nella storia della Chiesa, per quanto eletto da un minor numero di cardinali, sarà riconosciuto come autentico papa, grazie soprattutto all’appoggio dei maggiori regni europei (Anacleto secondo verrà considerato un antipapa).
Numerosi furono i suoi interventi in questioni che riguardavano i comportamenti di ecclesiastici: accusò di scorrettezza Simone, vescovo di Noyon e di simonia Enrico, vescovo di Verdun; nel 1138 favorì l’elezione a vescovo di Langres del proprio cugino Goffredo della Roche-Vanneau, malgrado l’opposizione di Pietro il Venerabile e, nel 1141, ad arcivescovo di Bourges di Pietro de La Châtre mentre l’anno dopo ottenne la sostituzione di Guglielmo di Fitz-Herbert, vescovo di York, con l’amico cistercense Enrico Murdac, abate di Fountaine.

I Templari
Nel 1119 alcuni cavalieri, sotto la guida di Ugo di Payns, feudatario della Champagne e parente di Bernardo, fondarono un nuovo ordine monastico-militare, l’Ordine dei Cavalieri del Tempio, con sede in Gerusalemme, nella spianata ove sorgeva il Tempio ebraico; lo scopo dell’Ordine, posto sotto l’autorità del patriarca di Gerusalemme, era di vigilare sulle strade percorse dai pellegrini cristiani. L’Ordine ottenne nel concilio di Troyes del 1128 l’approvazione di papa Onorio II e sembra che la sua regola sia stata ispirata da Bernardo, il quale scrisse, verso il 1135, l’/Elogio della nuova cavalleria (/De laude novae militiae ad Milites Templi/).
L’interesse di Bernardo per le vicende politiche del suo tempo si manifestò anche in occasione dei conflitti che opposero il conte della Champagne, Tibaldo II, da lui sostenuto, al re Luigi VII di Francia e in occasione della repressione, nel 1140, del neonato Comune di Reims, operata dal suo pupillo cistercense, il vescovo Sansone di Mauvoisin.

Il conflitto con Pietro Abelardo
Grande fu la risonanza del conflitto che oppose Bernardo al filosofo Pietro Abelardo .
Nel 1140 Guglielmo di Saint-Thierry, cistercense del convento di Signy, scriveva al vescovo di Chartres, Goffredo di Lèves e a Bernardo, denunciando che due opere di Abelardo, il /Liber sententiarum/ e la /Theologia scholarium/, contenevano, a suo giudizio, affermazioni teologicamente erronee, elencandole in un proprio scritto, la /Discussione contro Pietro Abelardo/.
Bernardo, «senza però leggere direttamente i testi incriminati (alcuni dei quali, di fatto, non erano di Abelardo)»,
scrisse a papa Innocenzo II la /Lettera 190/, sostenendo che Abelardo concepiva la fede come una semplice opinione; davanti agli studenti parigini pronunciò il sermone de /La conversione/, attaccando Abelardo e invitandoli ad abbandonare le sue lezioni.
Abelardo reagì chiedendo all’arcivescovo di Sens di organizzare un pubblico confronto con Bernardo, da tenersi il 3 giugno 1140, ma questi, temendo l’abilità dialettica del suo controversista, il giorno prima presentò 19 affermazioni chiaramente eretiche, attribuendole ad Abelardo (seppur «non sempre con scrupolosa aderenza ai testi e al loro significato»), chiamando i vescovi presenti a condannarle e invitando il giorno dopo lo stesso Abelardo a pronunciarsi in proposito.
Al rifiuto di Abelardo, che abbandonò il concilio, seguì la condanna dei vescovi, ribadita il 16 luglio successivo dal papa.

La lotta contro gli eretici
Nel 1144 il monaco Evervino di Steinfeld lo informò di un’eresia, di tipo pauperistico, diffusa in quel di Colonia, alla quale rispose con i /Sermoni 63/, /64/, /65/ e /66/; l’anno successivo accolse l’invito del cardinale di Ostia, Alberico, a combattere un’eresia diffusa nella regione di Tolosa dal monaco Enrico di Losanna, seguace di Pietro di Bruys, critico nei confronti delle gerarchie ecclesiali e propositore di una vita improntata alla povertà e alla penitenza; in questa occasione, Bernardo ritenne necessario recarsi, insieme con il suo segretario Goffredo d’Auxerre a Tolosa. Ottenuta, dopo molti contrasti, una professione di fede, tornò a Chiaravalle e indirizzò una lettera agli abitanti di Tolosa – la /Lettera 242/ – nella quale esprimeva la sua convinzione che quelle dottrine fossero state definitivamente confutate.

Richiesto ancora di pronunciarsi sulle tesi trinitarie del vescovo di Poitiers e maestro di teologia a Parigi, Gilberto Porretano, nel 1148, nuovamente Bernardo tentò di far approvare da vescovi da lui riuniti a parte, una preventiva condanna che il sinodo da tenere il giorno successivo a Reims avrebbe dovuto semplicemente ratificare; questa volta, tuttavia, i vescovi non appoggiarono la sua iniziativa, tanto che Bernardo dovette cercare appoggio da papa Eugenio III. La difesa di Gilberto – che affermò di non aver mai sostenuto le tesi a lui contestate, frutto, a suo dire, di interpretazioni erronee dei suoi studenti – fece cadere ogni accusa.

La seconda crociata
Il 15 febbraio 1145, a Roma, nel convento di san Cesario, sul Palatino, il conclave eleggeva nuovo papa Eugenio III, abate del convento romano dei Ss Vincenzo e Anastasio; il nuovo papa, Bernardo Paganelli, conosceva bene Bernardo, per averlo incontrato nel concilio di Pisa del 1135 e per essersi ordinato cistercense proprio a Chiaravalle nel 1138. Bernardo, felicitandosi per l’elezione, gli ricordava curiosamente che si diceva «che non siete voi a essere papa, ma io e ovunque, chi ha qualche problema si rivolge a me» e che era stato proprio lui, Bernardo, ad «averlo generato per mezzo del Vangelo».
Eugenio III incaricò Bernardo di predicare a favore della nuova crociata che si stava preparando, e che avrebbe dovuto essere composta soprattutto da francesi, ma Bernardo riuscì a coinvolgere anche i tedeschi. La crociata fu un completo fallimento che Bernardo giustificò, nel suo trattato /La considerazione/, con i peccati dei crociati, che Dio aveva messo alla prova.
Questo trattato, finito di comporre nel 1152 si occupava anche dei compiti del papato, e Bernardo lo mandò a papa Eugenio che si dibatteva con le difficoltà procurategli dall’opposizione dei repubblicani romani, guidati da Arnaldo da Brescia.
Le sue condizioni di salute cominciano a peggiorare alla fine del 1152: ha ancora la forza di intraprendere un viaggio fino a Metz, in Lorena, per mettere fine ai disordini che travagliavano quella città. Tornato a Chiaravalle, apprende la notizia della morte di papa Eugenio, avvenuta l’8 luglio 1153 e muore il mese dopo.
Rivestito con un abito appartenuto al vescovo Malachia, del quale aveva appena finito di scrivere una biografia, viene sepolto davanti all’altare della sua abbazia.

Il pensiero di Bernardo

La via mistica
*«* Quanto più si è buoni, tanto più si è cattivi, se si attribuisce a proprio merito ciò per cui si è buoni. *»*

(San Bernardo di Chiaravalle, /Sermones super Cantica Canticorum/, LXXXIV)
Bernardo è fondamentalmente propenso non alla speculazione intellettuale, ma alle questioni pratiche, di vita vissuta, e alle riflessioni morali. Secondo Bernardo l’unico modo per giungere alla verità consiste nella pratica della contemplazione e della preghiera e non nell’astratto ragionamento. Nel /Sermo 36 super cantica/, Bernardo illustra la natura e i limiti del sapere affermando che lo studio può essere giustificato solo se ha una finalità di tipo religioso, mentre se è condotto per il puro desiderio di sapere, per illuminare l’intelletto, per risolvere problemi di ogni genere, esso viene etichettato come “/turpis/” (vergognoso, immorale).

La più alta conquista umana è, per Bernardo, il volo dell’anima verso la contemplazione: l’unica via attraverso la quale sia possibile conoscere Dio. Attraverso l’assidua meditazione dei misteri del Cristo è possibile giungere alla conoscenza e all’amore nei confronti del crocifisso. Solo la contemplazione mistica è in grado di dare la pace e la gioia del pieno possesso.

Per giungere a questo risultato è però necessaria una limitazione dell’intelletto che, se si spinge troppo oltre e invade i confini della fede, compie una vera e propria profanazione del sacro. Come esempi da non imitare, di curiosità e vanità, Bernardo presenta Aristotele e Platone, ritenuti i due massimi esponenti dell’umana sapienza. Occorre evitare di studiare le curiose sottigliezze del primo e le vane arguzie del secondo. Dice il santo ai suoi monaci che i nostri maestri dovrebbero essere Pietro e Paolo, che ci insegnano invece a vivere.

In occasione della presentazione a Innocenzo II dell’accusa contro Abelardo, Bernardo prende di mira gli “/Academici/” additandoli come pensatori che vagano qua e là, curiosi e vani, tra opinioni ed errori, che devono accontentarsi di rimanere nell’incertezza e non possono mai giungere a verità certe.

La restaurazione della natura umana

Riguardo il suo pensiero teologico e filosofico, Bernardo esprime sul piano morale un orientamento ispirato, apparentemente, al pessimismo:

*«* […] generati dal peccato, noi peccatori generiamo peccatori; nati corrotti, generiamo dei corrotti; nati schiavi, generiamo degli schiavi. *»*

San Bernardo, dunque, combatte alcune tesi del suo tempo, come la teoria secondo la quale i discendenti di Adamo (cioè noi) non abbiano in sé un «peccato originale» sin dalla nascita, ma solo un «malum poenae», un «male di pena». Bernardo dice anche:
*«* L’uomo è impotente di fronte al peccato. *»*

Ciò, evidentemente non è una giustificazione al peccato stesso, ma una spiegazione della miseria umana che nei nostri peccati si rivela, ma che è originata dal peccato originale che in ciascuno è impresso come un marchio. Dunque, la questione fondamentale è restaurare la natura umana, per riportare l’uomo al suo stato di «figlio di Dio», e dunque «essere eterno» nella beatitudine del Padre. Poiché ognuno porta in sé il peccato originale, però, nessuno può restaurare la propria natura da solo, ma può farlo solamente attraverso la «mediazione» di Cristo, che è «Soter» (cioè «Salvatore»), proprio in quanto per noi è morto, espiando al nostro posto quel peccato originale che nessun altro poteva espiare, essendone sottoposto. Nella sua opera /De gradibus humilitatis et superbiae/, tuttavia, dice che, per avere la «mediazione» di Cristo, l’uomo deve superare l’«io di carne», deve limitare e poi annullare la superbia e l’amore di sé, attraverso l’umiltà. Contro di sé, dunque, deve porre l’amore di Dio, poiché solo col Suo amore si ottiene anche la Sua vera intelligenza, e solo con esso

*«* […] l’anima passa dal mondo delle ombre e delle apparenze all’intensa luce meridiana della Grazia e della verità. *»*

I quattro gradi dell’amore
Nel /De diligendo Deo/, San Bernardo continua la spiegazione di come si possa raggiungere l’amore di Dio, attraverso la via dell’umiltà. La sua dottrina cristiana dell’amore è originale, indipendente dunque da ogni influenza platonica e neoplatonica. Secondo Bernardo esistono quattro gradi sostanziali dell’amore, che presenta come un itinerario, che dal sé esce, cerca Dio, ed infine torna al sé, ma solo per Dio. I gradi sono:

* 1) L’amore di se stessi per sé:
*«* […] bisogna che il nostro amore cominci dalla carne. Se poi è diretto secondo un giusto ordine, […] sotto l’ispirazione della Grazia, sarà infine perfezionato dallo spirito. Infatti non viene prima lo spirituale, ma ciò che è animale precede ciò che è spirituale. […] Perciò prima l’uomo ama se stesso per sé […]. Vedendo poi che da solo non può sussistere, comincia a cercare Dio per mezzo della fede, come un essere necessario e Lo ama. *»*

* 2) L’amore di Dio per sé:
*«* Nel secondo grado, quindi, ama Dio, ma per sé, non per Lui. Cominciando però a frequentare Dio e ad onorarlo in rapporto alle proprie necessità, viene a conoscerlo a poco a poco con la lettura, con la riflessione, con la preghiera, con l’obbedienza; così gli si avvicina quasi insensibilmente attraverso una certa familiarità e gusta pura quanto sia soave. *»*

* 3) L’amore di Dio per Dio:
*«* Dopo aver assaporato questa soavità l’anima passa al terzo grado,
amando Dio non per sé, ma per Lui. In questo grado ci si ferma a lungo,
anzi, non so se in questa vita sia possibile raggiungere il quarto
grado. *»*

* 4) L’amore di sé per Dio:
*«* Quello cioè in cui l’uomo ama se stesso solo per Dio. […] Allora, sarà mirabilmente quasi dimentico di sé, quasi abbandonerà se stesso per tendere tutto a Dio, tanto da essere uno spirito solo con Lui. Io credo che provasse questo il profeta, quando diceva: “-Entrerò nella potenza del Signore e mi ricorderò solo della Tua giustizia-“. […] *»*

(San Bernardo di Chiaravalle, /De diligendo Deo/, cap. XV)

Nel /De diligendo Deo/, dunque, San Bernardo presenta l’amore come una forza finalizzata alla più alta e totale fusione in Dio col Suo Spirito, che, oltre ad essere sorgente d’ogni amore, ne è anche «foce», in quanto il peccato non sta nell’«odiare», ma nel disperdere l’amore di Dio verso il sé (la carne), non offrendolo così a Dio stesso, Amore d’amore.

Mariologia di San Bernardo

Il 24 maggio 1953 papa Pio XII scrisse la sua venticinquesima enciclica, dal titolo Doctor Mellifluus, dedicata a San Bernardo di Chiaravalle.

“/Il dottore mellifluo ultimo dei padri, ma non certo inferiore ai primi, si segnalò per tali doti di mente e di animo, cui Dio aggiunse abbondanza di doni celesti, da apparire dominatore sovrano nelle molteplici e troppo spesso turbolente vicende della sua epoca, per santità, saggezza e somma prudenza, consiglio nell’agire/.” Questo è l’incipit dell’enciclica, i cui punti chiave sono il ruolo del papato e la mariologia.

Nei suoi tempi confusi, San Bernardo pregava per l’intercessione di Maria, alla stessa maniera, sostiene il Papa, è necessario nei tempi moderni tornare a pregare Maria per la pace e la libertà della Chiesa e delle nazioni.

Nell’enciclica sono riportati tre temi centrali della mariologia di San Bernardo: come egli spiega la verginità di Maria (la “/Stella del Mare/”), come pregare la Vergine e come confidare in Maria come mediatrice.

* /È detta Stella del mare e la denominazione ben si addice alla Vergine Madre. Ella con la massima convenienza è paragonata ad una stella; perché come la stella sprigiona il suo raggio senza corrompersi, così la Vergine partorisce il Figlio senza lesione  della propria integrità/.

* /Se insorgono i venti delle tentazioni, se incappi negli scogli delle tribolazioni, guarda la stella, invoca Maria. Se sei sballottato dalle onde della superbia, della detrazione, dell’invidia: guarda la stella, invoca Maria./

* /Se tu la segui, non puoi deviare; se tu la preghi, non puoi disperare; se tu pensi a lei, non puoi sbagliare. Se ella ti sorregge, non cadi; se ella ti protegge, non hai da temere; se ella ti guida, non ti stanchi; se ella ti è propizia, giungerai alla meta./

La lotta contro gli infedeli

Il “De Laude Novae Militiae” fu composto tra il 1128, anno del concilio di Troyes ed il 1136, anno della morte di Ugo di Payns, Maestro dell’Ordine dei Templari, cui fu dedicata l’opera.

San Bernardo indica la figura del Cavaliere del Tempio come un monaco-guerriero, che fa uso di due spade: una, da impiegarsi nella lotta contro il Male, una lotta prettamente interna alla persona e spirituale, e l’altra rivolta verso i nemici esterni: gli infedeli, i pagani, gli eretici. Come si evince dal /De laude/ e da altre opere a lui appartenenti, Bernardo è animato da un odio estremo verso tutto ciò che si oppone alla vera fede, per come egli la intende. Contro tali nemici, considerati come categorie inferiori, incarnazione del male, agenti del demonio, conduce una guerra in cui pietà e carità sono escluse. I nemici per antonomasia sono eretici e infedeli, per i quali Bernardo utilizza la calunnia e l’ipocrisia, fondandosi sulle dicerie più inverosimili. Gli eretici sono «zotici e imbecilli spregevoli, […] povere donne idiote, profondamente ignoranti, […] gente grossolana, rozza, incolta e inadatta al combattimento». Dal momento che sono ottusi, ripugnanti e irrecuperabili, «è meglio ucciderli di spada che lasciare che numerosi si trascinino nell’errore». Lo stesso atteggiamento riserva a infedeli e pagani. I musulmani sono «vasi d’iniquità», posseduti dal demonio. Con loro, una sola soluzione è possibile, lo sterminio: «Uccidete! Uccidete! E fatevi uccidere se necessario: è per Cristo».

Anche secondo lo storico Tommaso Stancati, Bernardo incitava ad ogni sorta di violenza nei confronti di infedeli ed eretici, giustificando tale comportamento con argomenti teologici di tipo salvifico.  Bernardo afferma:
*«* I soldati di cristo combattono sicuri le battaglie del loro Signore, non temendo affatto di peccare quando uccidono i nemici né di perdere la vita, in quanto la morte inferta o subita per Cristo non ha nulla di delittuoso, anzi rende più meritevoli di gloria… il soldato di Cristo uccide sicuro e muore ancora più sicuro. Giova a se stesso se muore, a Cristo se uccide… Quando uccide il malfattore, non deve essere considerato un omicida, ma, per così dire, un malicida… in occasione della morte di un pagano, il cristiano si gloria di quanto Cristo viene glorificato *»*

(Bernardo di Chiaravalle, Liber ad milites templi. De laude novae militiae, 3,4, in T. Stancati, Ecclesiologa. Biblica e dogmatica. Lezioni universitarie, Editrice Domenicana Italiana, Napoli, 2008, p. 123)

Dunque, secondo Bernardo l’uccisione di un infedele, di un eretico o di un pagano non è da considerarsi come un atto criminoso: /nihil habeat criminis/ (non c’è crimine). L’uccisione di un nemico della fede da parte di un soldato di Cristo non rappresenta un omicidio ma un “malicidio, ossia l’uccisione dell’incarnazione del male.

Bernardo contrappone la guerra in nome di Cristo alla guerra condotta dalle milizie secolari, dove «/Christus non est causa militandi/».
Secondo Bernardo nessuna causa può rendere buona una guerra profana: né le biasimevoli passioni, né il desiderio di vendetta, né la necessità di eludere un pericolo incombente. Ma, se la causa è Cristo, allora l’usare la spada è addirittura meritorio: con questo argomento Bernardo intendeva volgere completamente gli ideali cavallereschi al servizio della chiesa nella lotta agli infedeli.

San Bernardo taumaturgo

“Le attestazioni di miracoli compiuti dall’abate di Chiaravalle sono numerose, sia nelle /Vitae/ sia in altre fonti; se ne contano più di ottocento…I segni posti da s. Bernardo sono guarigioni, esorcismi, conoscenze soprannaturali e poteri sulla natura. La sua attività taumaturgica è quella più presente: guarisce disturbi della motilità, la cecità o disturbi della vista, il mutismo, la febbre, ma interviene anche in casi di malattie nervose…A volte, i segni mirano a ottenere un’adesione, ad esempio durante la predicazione della crociata, o a ricondurre all’ortodossia della fede. Spesso, il loro unico scopo è quello di lenire la miseria e la sofferenza. Si può affermare che è la fede di un popolo sofferente nell’uomo di Dio a stimolare il suo carisma.

“Questi racconti sono troppo universalmente attestati dai testimoni del XII secolo per essere ridotti a semplici generi letterari: “Il problema fondamentale non è sapere se i miracoli sono “veri” o “falsi” secondo i criteri scientifici moderni, ma comprendere, con l’ausilio di categorie appropriate, la loro innegabile presenza nella coscienza dei testimoni del tempo”.

San Bernardo nella Divina Commedia
Nella Divina Commedia Dante  trova San Bernardo in Paradiso, di fronte alla /candida rosa/ dei beati, come guida per l’ultima parte del suo viaggio, in virtù del suo spirito contemplativo e della sua devozione mariana.

Bernardo compare nel Canto XXXI del Paradiso. Dante è stato accompagnato da Beatrice fin nell’Empireo e contempla la /Mistica Rosa/ dei beati e degli angeli. Si volta per porre una domanda a Beatrice ma si accorge che questa è scomparsa e che al suo posto c’è un /sene/, Bernardo. Egli invita il poeta a osservare la cima della Rosa, nella sede più luminosa di Maria Vergine.

E volgeami con voglia rïaccesa
per domandar la mia donna di cose
di che la mente mia era sospesa.

Uno intendëa, e altro mi rispuose:
credea veder Beatrice e vidi un sene
vestito con le genti glorïose.

Il Canto XXXIII del Paradiso si apre con la preghiera che il santo rivolge alla Vergine Maria (vv. 1-45) perché Dante possa vedere Dio:

*«* Vergine Madre, figlia del tuo Figlio,
umile ed alta più che creatura,
termine fisso d’etterno consiglio,

tu se’ colei che l’umana natura
nobilitasti sì, che ‘l suo Fattore
non disdegnò di farsi sua fattura. *»*
(Incipit, vv.1-6)

Dopo avere descritto il legame intimo della Madonna con il mistero
dell’Incarnazione, la supplica, con un ardor maggiore che per se stesso
(vv.28-29), perché /il sommo piacer/ della visione divina /si dispieghi/
per Dante; quando la Vergine dimostra di aver accolto la sua preghiera
volgendosi Essa stessa verso /l’etterno lume/, Bernardo con un sorriso
accenna al poeta di guardar /suso/.

*«* Bernardo m’accennava, e sorridea,
perch’io guardassi suso; ma io era
già per me stesso tal qual ei volea *»*
(vv.49-51)

1 commento »

  1. […] II. La disputa papale venne risolta a favore di Innocenzo II grazie all’intervento di Bernardo di Chiaravalle, che decise inoltre di bonificare la zona paludosa a sud della città (chiamata Roveniano o […]

    Pingback di Abbazia di Chiaravalle « Medioevo – ricerce e articoli — 28/05/2010 @ 17:24


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